CORPO, MENTE ED EMOZIONI. LA PSICOSOMATICA “SUL CAMPO”.

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    corpo, mente ed emozioniHo parlato molto spesso di approccio psicosomatico. Spesso ho sottolineato l’importanza di integrare corpo, mente ed emozioni. Oggi vi voglio raccontare come è iniziato per me questo lavoro di fondamentale importanza. Il mio avvicinamento alla psicosomatica “sul campo”.

    Quando sono diventata psicologa il mio approccio era quasi completamente mentale. Mi sono trovata ben presto a comprendere l’insufficienza del ragionamento per superare le difficoltà che incontravo. Sia nel mio personale percorso che da un punto di vista professionale.

    Mi sentivo insoddisfatta, senza capire perché.

    La mente mi diceva che non mi mancava nulla per essere felice: il lavoro, gli amici, la casa, le relazioni sentimentali, le passioni. Tutto funzionava per il verso giusto. Certo, degli aspetti che non “giravano” come mi sarebbe piaciuto c’erano, ma attribuivo la responsabilità di questi aspetti ad altro fuori di me: la sfortuna, gli “altri”. Adesso so che l’insoddisfazione che provavo arrivava da una chiusura del corpo e da una inibizione del sistema del piacere somatico di base, ma allora ancora non lo sapevo.

    Mi sentivo in una situazione di stallo, desideravo cambiare, ma non sapevo cosa. La mia mente passava in rassegna le varie possibilità a mia disposizione, ma nessuna sembrava soddisfarmi del tutto. Della triade mente, corpo ed emozioni, ascoltavo solo un pezzo e tralasciavo gli altri.

    Poi, una sera d’estate, incontrai un amico che non vedevo da diverso tempo. Una di quelle persone un po’ eccentriche, conosciuto per “caso” ed entrato a far parte della mia esistenza senza che ne capissi bene il perché.

    Ebbene, quella sera il mio amico si rivelò il portatore di quello che sarebbe stato il punto di svolta.

    Facemmo quattro chiacchiere, sapete, come è normale quando si incontra qualcuno che non si vede da un po’. Mi raccontò le sue esperienze di vita degli ultimi anni. Aveva vissuto all’estero, cambiato diversi lavori, viaggiato. Tra i suoi viaggi uno risuonò nel mio cuore: il Cammino di Santiago.

    Non so spiegare cosa successe. Semplicemente dentro di me una voce mi diceva: lo devi fare anche tu. Non sapevo ancora che si trattasse di un cammino di quasi 1000 km, che mi avrebbe impegnato per almeno un mese, ma anche quando ho raccolto le informazioni del caso, quella voce continuava a chiedermi di farlo.

    Ora so che quella voce era la voce del cuore, ma sul momento ho inventato ogni sorta di giustificazione apparentemente credibile per motivare la mia scelta di dedicarmi a quell’impresa.

    Ho lasciato che la decisione maturasse qualche mese dentro di me. Avevo deciso di partire in maggio. Ad aprile finalmente mi decisi a rendere concrete le mie fantasie e comprai il biglietto per il viaggio di andata per San Jean Pied du Port, il punto di inizio.

    Arrivò il 21 maggio e iniziai il mio Cammino. Ero piena di paura e di speranza. Oltre allo zaino, mi portavo appresso un bagaglio pesante. Erano le mie convinzioni, i “si fa/non si fa” interiorizzati, i ruoli che col tempo mi ero cucita addosso.

    E mi trovai in difficoltà, serie difficoltà. Il corpo non abituato a camminare per 8/10 ore al giorno faceva male, tanto. La sera non ero letteralmente in grado di piegare le ginocchia, eppure una contentezza inspiegabile pervadeva ogni mio respiro.

    Fu così che iniziò la scoperta del corpo: col dolore. Il dolore lancinante mi costrinse ad imparare ad ascoltare il corpo, a prestare attenzione ad ogni passo. Ad assecondare le necessità fisiche di riposo e di cura.

    Ero partita senza il corpo ed ora lo avevo ritrovato.

    Iniziai ad intrecciare relazioni. Chi ha affrontato un viaggio di questo tipo lo sa bene. I compagni che si incontrano sul Cammino sono speciali. Non sono i contatti superficiali a cui siamo abituati nella vita di tutti i giorni. Ho incontrato tantissime persone fantastiche, con cui ho intrecciato legami che sono durati oltre l’esperienza del Cammino. Ma due persone in particolare sono stati dei veri e propri compagni di viaggio, che mi hanno aiutata nell’esplorazione di me stessa e nell’integrazione di parti di me che vivevo come separate.

    L’incontro con l’Altro non è niente affatto banale. L’osservazione consapevole e attenta del vissuto che l’Altro suscita in noi è parte del lavoro di osservazione di sé. Lo spunto da cui partire è di considerare l’Altro come uno specchio, che ci rimanda ciò che noi proiettiamo. Questo “esercizio” mi ha consentito di imparare ad assumermi la completa responsabilità di me, senza proiettare sull’altro bisogni o paure. Le relazioni diventano più profonde, aperte. Certo, è un lavoro che necessita di essere continuato. A posteriori credo che l’incontro con le persone nella vita non sia casuale. È come se nella vita entrassero esattamente gli specchi in cui abbiamo bisogno di guardarci.

    Scoprii il cuore, il mio. Imparai a non prendere in prestito quello degli altri per compensare le mie mancanze. Ogni giorno era una piccola grande scoperta. Ogni viso, ogni parola, ogni emozione. Nel divertimento e nella piacevolezza, ma anche nella rabbia e nella tristezza.

    corpo, mente ed emozioni 2Arrivai a Santiago. Lungo il Cammino avevo lasciato andare dei pesi. Le pietre alla Cruz De Hierro, simboli delle tristezze passate, e una spilla, a me cara, che era però diventata una identificazione rigida. Avevo capito che la mia identità non ha a che fare con nessuna appartenenza, ma con lo spazio che sento dentro di me. E così la lasciai, in un gesto pieno di significati, su uno steccato arricchito dalle croci fatte dai pellegrini che mi avevano preceduto.

    A Santiago il corpo e le emozioni erano in qualche modo arrivate, mancava la mente.

    La esplorai nei quattro giorni di Cammino in direzione dell’Oceano. Lasciai i miei compagni di viaggio e ripresi a camminare sola. La mente lottava con la solitudine, la fatica, la noia, la speranza. Spazi aperti e gole strette. E alla fine l’Oceano.

    Al mio ritorno ero una persona completamente diversa da quella che era partita. Non ero arrivata da nessuna parte. Santiago è stato un principio, più che una fine.

    Avevo scoperto di avere corpo, mente ed emozioni. Certo, lo sapevo anche prima. Ma avevo capito la fondamentale differenza tra il sapere e il conoscere direttamente, sperimentando.

    La necessità di proseguire su questa strada orientata all’integrazione delle parti e alla sperimentazione era forte e chiara, e così l’ho assecondata, arrivando alla Mindfulness Psicosomatica e a delle esperienze prettamente formative. Ed è continuato il confronto coi miei compagni di viaggio. Da quell’esperienza il rapporto con le persone si è arricchito di una sfumatura qualitativa differente. In un certo senso è come se si fosse ampliata la gamma delle possibilità. Ogni incontro è prezioso e il ringraziamento più grande va a chi me l’ha fatto scoprire, a quei due ragazzi che mi hanno ascoltato tanto, mentre camminavamo insieme nella nostra ricerca di corpo, mente ed emozioni.

    Questo racconto è nato dal desiderio di condividere uno spunto e dalla volontà di sottolineare che nessuna strada è quella giusta. E nessuna strada è quella sbagliata. Integrare corpo, mente ed emozioni è un lavoro personale. Imparate a seguire la Vostra strada. A volte prenderà direzioni che non avevate immaginato, a volte si fermerà per un po’ per farvi tirare il fiato.

    La strada della conoscenza di sé porta frutti che valgono ogni attimo della fatica che costa percorrerla.

     

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      About anna_sari

      Anna Sari, psicologa

      2 Comments

      1. e il prezzo? ahhahahha grazie anna_sari •

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